Le mille luci di New York (Bright lights, big city) – Jay McInerney (1984)

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Sei un twentysomething neolaureato, uno di quelli di cui tanto si parla alla tv: contratti a tempo, sfigati che concludono gli studi dopo i ventott’anni, monotonia del posto fisso.

Hai deciso di prendere i mesi che ti separano dal concorso alla specializzazione con un pò di calma, lasciar perdere la vita del post-laurea e la sua burocrazia e ricominciare a leggere, riprendere in mano quel libro che non hai mai avuto tempo di finire, uscire per un caffè con l’amico che non senti da tempo, andare in giro con la tua ragazza quella volta in più che prima non ti saresti concesso: insomma, tutte quelle cose che, alla fine di un romanzo, il protagonista capisce che è importante fare.

Ma la crisi ti morde il didietro, Guida Merliani ha chiuso e pure la Fnac non sta più tanto bene (non che tu abbia soldi da spendere dietro qualche nuovo hardcover-che-poi-è-pure-deludente); la legge Levi l’hai rimossa, è finita nel tuo inconscio, tra le cose che è meglio non far riaffiorare sennò ti metti a piangere.

Che è rimasto? Il mercatino a cielo aperto di Portalba, carico di polvere e libri, prezzo massimo tre euro: spulci, scarti, soppesi, a questo manca una pagina, a questo tre, una macchia sospetta in terza di copertina, la sovracoperta di questo appartiente ad un altro libro di cui si sono perse le tracce, un passante ti squadra, no, è solo il libraio che controlla che non ti stia fregando nulla, fa freddo e vorresti aver portato i guanti senza dita; cerchi qualcosa di leggero, qualcosa da affiancare a più ponderosi mattoni.

“Le mille luci di New York”, tutti hanno un libro che li insegue; ricordi la prima volta che hai letto quel titolo, in una compilation di successi tratti da colonne sonore (ti dici che sia le compilation sia i successi tratti da colonne sonore sono pratiche desuete dai tempi di Celine Dion, che sei giovane, giovanissimo, ma già molto meno di quanto lo fossi a 14 anni) e i pomeriggi dopo la scuola passati ad ascoltare quella canzone, coi suoi fiati e l’armonica sintetizzata, la sala da pranzo con le poltrone disposte in modo diverso da come sono ora, tuo padre, incollato alla tv in soggiorno, che ti urlava di abbassare il volume; eri affascinato da quel pezzo, sapeva di impermeabili, cappelli di feltro con la tesa afflosciata dalla pioggia, coppie adulte che ballavano come in certi video di Bryan Ferry, un mondo piovoso con la fotografia virata in blu scuro.

Non esiti, il libro costa appena un euro: titolo originale “Bright lights, big city”, per molti l’alfa dello yuppismo letterario dove American Psycho ne sarebbe l’omega, lo cominci a leggere in metropolitana.

Non potrebbe cominciare altrimenti che con una festa che rimanda a quelle di Hemingway e del Grande Gatsby, come la quarta  di copertina promette, solo coi poliritmi dei Talking Heads e gli Stones di Some Girls che escono dalle casse ed al posto delle fascinose signore e dei loro giri di perle c’è una punk rasata con una finta cicatrice, col protagonista senza nome (espediente un tantinello abusato già all’epoca) che cerca una donna per dimenticare la sua Amanda, sua moglie che lo ha abbandonato per seguire a Parigi la carriera di modella, donna abbagliata dalle luci della grande città, donna nascosta nei manichini ai quali ha dato il volto; c’è l’amico del protagonista, Allagash, lui sì un proto-yuppie (anche se somiglia più ad un Barney Stinson cocainomane che a Patrick Bateman) che un pò cerca di farlo uscire dalla tristezza post-abbandono, un pò lo sfrutta per mollargli le noiose amiche delle ragazze che vuole portare a letto; c’è il suo lavoro, ad un punto morto; c’è una New York colta nella transizione da Kojak a Carrie Bradshaw; c’è la necessità, molto poco metafisica, di nascondersi dal dolore dietro alla cocaina (questo romanzo conferma la tesi di Tony Pisapia: negli anni 80 TUTTI sniffavano) e ad un paio di RayBan, la voglia di lottare per rifarsi una vita nonostante quella vocina nella testa ti dica di startene nel letto al caldo, perchè il mondo è un brutto posto ed oggi è la giornata sbagliata per affrontarlo.

Sulla carta è uno di quei libri che non dovrebbero funzionare, scritto com’è tutto in seconda persona, eppur si muove e lo divori, ignori le parti poco riuscite (diosolosasecenesono), trascuri i simbolismi fin troppo facili e certe descrizioni non essenziali, e finisci a sbattere contro il cuore di tenebra: e ti accorgi di come fino a quel momento il libro fosse stato permeato di morte e che quella che hai percepito come superficialità era solo necessità di non guardare e di lasciare nell’angolo un groviglio di pena e sofferenza, per il momento inaffrontabile.

E mentre riguardi tutto quello che ti è successo, tutto il male che hai fatto e che ti è stato fatto, chi rischi di diventare se ti fai sopraffare dai ricordi e chi speri di essere se da tutto questo dovessi emergere vincitore, capisci che l’unica cosa da fare è smetterla di fare il vigliacco, è l’ora di arrendersi, ammettere la propria umanità e ricominciare da capo, da un odore familiare, ripartire dall’ultima versione di se stessi degna di stare al mondo.

Chiudi il libro, ti dici che le ultime pagine ne hanno risollevato le sorti oltre ogni più rosea previsione (e che Dave Eggers questo libro di sicuro l’ha letto), ripensi a certi pomeriggi che non torneranno, hai gli occhi appena umidi. Riascolti un vecchio cd.

Un euro speso bene.